Wish di Kensuke Koike: Essay by Jacopo Rasmi

Wish di Kensuke Koike

Fototecnica-mnemotecnica-tekhne: un’interpretazione…

Una gioia che potrebbe suscitare la nostra invidia è solo nell’aria che abbiamo respirato, fra persone a cui avremmo potuto rivolgerci, con donne che avrebbero potuto farci dono di sé. Nell’idea di felicità, in altre parole, vibra indissolubilmente l’idea di redenzione.

W. Benjamin

Il supporto materiale, innanzitutto. Per capire poi il senso dell’operare, dell’inter-venire. Tale materiale sono fotografie: più precisamente, fotoritratti. Si tratta di volti, mezzi busti immobilizzati nell’inquadratura dell’obiettivo, stesi ineluttabilmente sulla superficie plastica. Niente come questo genere di foto, probabilmente, ci rivela il grande anelito che soggiace alla fotografia: ovvero la memoria. C’è un grande trauma, assai originario, nella nostra condizione contraddittoria di presenza che vive il divenire, trascendendolo nel medesimo tempo nella consapevolezza. Infatti, conosciamo il passaggio (da una certa posizione più elevata lo osserviamo e comprendiamo), ma con un’impotenza fondamentale: quella di fermarlo e di governarlo. Forse in questa tensione primaria sta il seme di tutta la malinconia: vedere il tempo e non poterlo capire ne carpire. Il dispositivo su cui si gioca questa lotta è la memoria, facoltà donchisciottesca. E dietro molto delle nostre opere (tecniche) occhieggia proprio uno sforzo memoriale, quest’utopia dell’onniscienza, in cui tutto il tempo viene rilevato dalla sua latenza. E la fotografia incarna a perfezione questo spirito: è una precipitazione istantanea del momento singolare nella sua apparenza. Concrezione dell’impalpabile evento. O ancora: un frammento bloccato nel divenire, una monade congelata che si ruba all’oblio temporale. Con il taglio chirurgico dello scatto si esercita un’interruzione della corrente immaginale, continua ed inafferrabile: questa è la magia del processo fotografico, la sua aura. E tale alone di aura risulta tanto più intenso (il successo riportato sul tempo tanto più glorioso) quanto più fermiamo un segmento particolarmente soggetto all’effimero. Una presenza umana, dunque, è molto più numinosa in fotografia che non un paesaggio impersonale, permanente.

Esiste, quindi, questo desiderio/wish (memoriale), primario e conturbante, dietro l’operazione fotografica. Ed esso ci riporta ineluttabilmente alla qualità del nostro esserci contrassegnato, direbbe un certo grande del Novecento, da un inesauribile sforzo all’il-latenza in cui sono tutte concentrate le facoltà soggettive di ricordo, volontà, parola… Di conseguenza, questa particolare operazione (la foto-tecnica) ci riconduce ad una funzione basilare della presenza soggettiva: la mnemo-tecnica. Si potrebbe poi affermare che impulso fondamentale del processo tecnico in generale sia proprio quello della memoria. La techne (ovvero l’ars, cioè l’attività più propriamente umana) è molto devota a questa esigenza -prometeica- e le opere, per lo più, non ne sono che dispositivi.

 A questo punto torna la serie di collage di Koike. In essa sembra essere posto in allegoria questo processo. Il lavoro sull’immagine fotografica (inter-viene: ci penetra dentro), quella estrazione adamantina ordita dall’artista, sembra infatti esibirci l’essenza della fototecnica e, insieme, del ricordo: in ultima istanza, ci fa memoria della memoria (trascendentale). Da una sola immagine, piuttosto piatta ed anonima in sé, ne vengono estratte due nuove, rispettivamente per sottrazione e per addizione: la fotografia e il suo doppio- cristallino. Un duplice collage, di perfezione minuta, si opera contemporaneamente: in negativo, per creazione di vuoto sulla foto, e in positivo, per aggiunta composta dei segmenti ritagliati. E consegue un duplice svelamento, mostra due incantamenti.

Primo: ci svela la tecnica attraverso la quale il soggetto realizza permanenze memoriali. Essa è violentissima, delicatissima. Proprio come il gesto chirurgico dell’artista. La memoria è infatti un prelievo puntuale (découpage) nel flusso indistinto delle apparenze che trapassano continuamente nell’oblio. Ecco, il ricordo. Sulla struttura dei ricordi, di ciò che di giorno in giorno rimane e si disloca memorialmente, si forma la soggettività. L’individuo, in tal senso, non è che il risultato di cristallizzazioni, è cristallizzazione. Quello che non svanisce, delle esperienze, costituisce e intaglia la sfaccettata anima del soggetto. Tutto ciò che ci definisce nelle nostre individualità (singolari, sociali, famigliari…) è un’identità (memoria/consapevolezza) che esprime un’illatenza rispetto ad una più vasta, sconfinata latenza. La storia delle soggettività è una cristallizzazione dello sfuggente e imponderabile molteplice della realtà, in due sensi almeno. Innanzitutto, come blocco di singoli frammenti specifici. In secondo luogo in quanto, alchemicamente, è il risultato di un’operazione di tramutazione in qualcosa di prezioso e desiderabile (il diamante) di ciò che, di per sé, pare indistinto e indifferente. Dalla semplice, sciatta fotografia (il nihil della realtà oggettiva) il soggetto artistico -qualsiasi soggetto attivo, per esteso- svolge quel lavoro puro di creazione di valore (spiritualizzazione) che compone il cristallo. La pressione interiore (riflessivo-creativa) scatena la traduzione del vile carbone qualunque in pietra inestimabile.

 Secondo: demistifica nel contempo la contraddizione dell’operazione di memoria. Non ci lascia dormire sugli allori (sui cristalli). Infatti impellente, seppure parzialmente sviata dall’affabulazione della grazia estetica, rimane la carica negativa nelle opere. Essa fa da complemento a quella positiva di creazione, esprimendone il dark side. Tale istanza, si presenta come una mancanza (incolmabile) sotto due diverse forme nei lavori di ciascun dittico. Nella foto è chiaramente espressa dai buchi che violano la completezza (semantica) della fotografia facendola rimanere in una sospensione allusiva. Similmente, nel diamante non si raggiunge un’autosufficienza di informazione visiva poiché i singoli frammenti mostrano segmenti sparsi di immagine che non si compiono in una coerenza univoca. Le situazioni sono diverse, ma l’effetto di insufficienza è lo stesso. In questo modo si crea una vacanza in cui la pretesa memoriale manca (parzialmente) il suo obbiettivo: quello di fissare l’impermanenza. Poiché solo in parte riusciamo a cristallizzare, mnemonicamente, il divenire. Il ricordo (ogni tecnica…) non ha mai efficacia totale: nel creare memoria già apre oblii. Se per il nostro singolo stato intrapsichico questo ci è abbastanza chiaro: siamo consapevoli della dimensione fallace dei nostri ricordi, pensieri, sensazioni… Tuttavia, ciò non è poi così assodato nell’intero campo delle tecnologie della soggettività che spesso percepiamo nella più limpida assolutezza (infallibile oggettività). La fotografia, per esempio, vive di quest’arrogante pretesa di una riproduzione perfetta, obbiettiva come fosse una memoria infallibile, un’illatenza depurata da ogni briciola di latenza. Ma ecco che la foto violata dei collage viene a mancare, a brancolare nei bui dei vuoti. E la sua superficie si demistifica quando interrotta nella sua lucida, plasticosa integrità (così seducente e confortante, così ingannevole). Così la capacità riconosce anche incapacità.

Ma, in tal modo, ci viene rammentato uno spazio potente e accogliente che il tasso di indeterminazione concede. Così che dalla duplicazione magica si possano offrire ulteriore geminazioni, creative. Nel dittico di Koike, infatti, lo sguardo si trova a fantasticare nelle dialettica (infinita) dei due quadri, rimpallando in queste interminabili allusioni di prelievi, riformulazioni, accostamenti… Un gioco di infinite minuzie, deliziose, in cui l’immaginazione è tenuta sospesa, solleticata. Voilà, il desiderio: quella tensione ottativa che ci suggerisce il titolo (wish). Quello vero, dello sguardo ludico-desiderante, non quello sciatto che potrebbero evocare, nelle fotografie, le signorine patinate della provocatorietà d’antan. Quel desiderio che ci induce a trasfigurare in diamante le nostre esperienze desiderate per sublimarle interiormente in una desiderabilità inesauribile. Che sia fulminea attrazione erotica o malinconica nostalgia per la gioventù in un anziano, lavoriamo finemente le tracce immaginali della realtà agognata per redimerle in diamante puro: incorruttibile, splendente. Per un po’ di benjaminiana felicità, redenzione c’est-à-dire.

Jacopo Rasmi