“Wish” by Alfredo Sigolo

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Cercare il meraviglioso nelle piccole cose, lo straordinario che si nasconde nell’ordinario, l’incanto quotidiano;

il desiderio è l’impulso che guida gli individui, propriamente “macchine desideranti” secondo Deleuze e Guattari.

Tra gli oggetti di lusso il diamante è forse quello che incarna meglio questo sentimento. Conosciuto fin da epoche remote per le sue qualità fisiche di durezza, trasparenza e rifrazione, il buddismo ne fece simbolo di immutabilità e incorruttibilità. La sua popolarità è cresciuta a partire dalla fine del XIX secolo per merito del gruppo De Beers che, dall’estrazione alla commercializzazione, ha imposto sul mercato mondiale il diamante non solo come oggetto raro e prezioso ma anche come status symbol, rappresentazione della promessa d’amore. Il giornalista americano Edward Jay Epstein negli anni ’80 con il volume “The Rise and Fall of Diamonds: The Shattering of a Brilliant Illusion” denunciavale aggressive strategie comunicative e di marketing che, anche attraverso l’industria cinematografica hollywoodiana, hanno costruito il mito del diamante; dalla Marilyn Monroe de “Gli uomini preferiscono le bionde” alla “Colazione da Tiffany” di Audrey Hepburn, lo slogan “A diamond is forever” nel volgere di pochi decenni ha imposto il diamante come pegno d’amore anche in una cultura tradizionalmente votata all’omiai (matrimonio combinato) come il Giappone.

In tempi recenti, con il perfezionamento delle tecniche per la realizzazione di diamanti artificiali attraverso processi che simulano e accelerano le condizioni che in natura generano le pietre preziose, secondo una logica di reversibilità si sta diffondendo un nuovo business legato alla sintesi di memorial diamonds a partire dalla ceneri dei cari defunti.

Così il diamante (naturale o sintetico) disloca il suo valore dal campo del reale a quello del virtuale, dal concreto all’astratto, trasferisce le sue caratteristiche fisiche alla sfera simbolica, rappresentando il desiderio dell’uomo di rendere eterni i legami d’affetto e d’amore che ci costruiamo nella vita, e i mondi che li circondano. Perché il desiderio non è mai rivolto davvero ad un solo oggetto ma si nutre del complesso di relazioni che noi stessi fabbrichiamo e alimentiamo. La sua natura molteplice si mostra come il riflesso nelle sfaccettature del diamante, una volta sottoposto al paziente lavoro del tagliatore, volto ad ottenere dalla pietra grezza la combinazione ideale tra grandezza, trasparenza e purezza.

Se dovessimo pensare l’essenza del desiderio, sottratto all’esperienza tesa a colmare la distanza rispetto all’oggetto desiderato (appagamento), essa ci apparirebbe nella trasparenza e purezza di una volontà generatrice. E’ possibile allora dare forma a questa essenza, rappresentare qualcosa che si qualifica come la mancanza di qualcos’altro, come alternanza di presenza e assenza, di pieno e vuoto?

In modo paradossale la vita ci circonda di oggetti di desiderio, nostri o di altri; alcuni sono raggiunti, in tutto o in parte, altri restano orfani del proprio soggetto desiderante e vagano come fantasmi, perduti, alla ricerca di qualcuno nel quale riflettersi nuovamente.

Perché desiderare è anche atto di riconoscimento: I wish, you wish, they wish, nelle cose il desiderio si sedimenta, lascia tracce, le fa brillare della luce di quanti in esse, anche solo per un attimo, si sono ritrovati.

– Alfredo Sigolo