Stretching for dummies

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Occhio al trucco! Kensuke Koike gioca con il vero e con il fasullo, riscrive la realtà inserendovi situazioni paradossali per generare stupore e fascinazione nello spettatore. Saltando con facilità un ostacolo impossibile, animando foreste quasi fossero un esercito in marcia e facendone un diorama, dipingendo un ritratto in meno d’un minuto, l’opera d’arte si riduce ad essenziale forma di intrattenimento ed attrazione.
Nell’età della pervasività dei media la spettacolarizzazione della realtà diventa forma di linguaggio. Spesso è così proprio il quotidiano ad essere oggetto di inedite ed inattese declinazioni stranianti ed ironiche. In molti casi protagonista dei propri video, l’elemento autobiografico riveste un ruolo importante sulla via della necessità sentita di mettersi in gioco, per collocarsi al pari del piano della surrealtà contemporanea.
Kensuke Koike si è formato nella pittura, medium che nasce e si sviluppa come un grande inganno od illusione, basti pensare alla prospettiva, al trompe l’oeil, ma più in generale all’idea stessa di rappresentare la realtà/verità delle cose, animate o inanimate, di questo o dell’altro mondo sul piano bidimensionale. Eppure nell’epoca della telecrazia sono il video e la fotografia il linguaggio di più facile comprensione e diffusione. La loro invadenza è tale da aver annullato le distanze tra reale e irreale.
In questo contesto Kensuke Koike sceglie di rinunciare alla rappresentazione pittorica per rivolgersi all’autoreferenzialità della realtà televisiva. Il suo approccio con il nuovo medium è di tipo debole, si direbbe nell’interpretazione postmodernista, dacché una cifra stilistica rilevante dei suoi lavori sta proprio nella produzione low cost, nell’effetto speciale efficace ma casereccio, in quel vago spirito demenziale che ricorda le goliardiche e folli scommesse dei protagonisti del format Jackass su MTV.
Le sue opere sono brevi sketch, costruiti spesso come spot commerciali, che però mantengono vivo un sottile legame con la realtà che si rintraccia proprio nella produzione selfmade da filmino delle vacanze.
In Bremen (2000), il montaggio di 9 sequenze in cui l’artista emette suoni e smorfie finisce per comporre una sorta di nenia esilarante; in Diorama (2005), la ripresa di un albero di un bosco viene ripetuta e montata in modo da generare un falso modellino tridimensionale, scandito da uno stormire anomalo, che assume i connotati di una marcia militare. L’artista si documenta anche nelle vesti di pittore, ma da guinness dei primati: il trucco di White-Schiele (2000) è semplice e banale, basta mandare al contrario l’azione di cancellazione, con il pennello bianco, di un ritratto già fatto, per stupire genitori, parenti e amici.
13/06/2005 e Proporzione inversa, atletica – temporale (2005) sono, in fondo, la chiave di volta sulla via della definizione di sé nel ruolo di improbabile superuomo: il fine perseguito non è quello di una superiorità intellettuale o concettuale, la tecnica e il genio sono spese per il raggiungimento di una falsa eccezionalità atletica o performativa, in performance straordinarie o paradossali.
L’atto del salto dell’ostacolo apparentemente insuperabile trasforma l’artista in un Parkour delle Banlieues parigine o in un Freerunner inglese. L’ultimo sport estremo nato nelle periferie metropolitane contemporanee è appunto quello di tracciare percorsi spettacolari tra i labirinti di cemento dei palazzi popolari, saltando da un tetto ad una scala e rimbalzando da un vicolo ad un cornicione. Come lo skateboard o la BMX, il freerunning è sport nel quale si manifesta la voglia di libertà e trasgressione giovanile nei confronti della gabbia architettonica conformata del loro habitat “innaturale”. Un superomismo dal basso appunto, un modo per distinguersi tra le masse degradate delle periferie ma anche una simbolica volontà di riscatto e superamento, di non asservimento e non rassegnazione. L’ostacolo fisico superato diventa metafora d’evasione e libertà rispetto agli ostacoli ben più gravi della noia, dell’emarginazione e della povertà.
Kensuke Koike alla realtà atletica degli atleti suburbani oppone la sua finzione televisiva, il suo effetto speciale, il suo piccolo trucco, per salire con facilità sopra un tetto o scavalcare con disinvoltura un muro di cinta.
Ma quello superomista non è l’unico ambito di ricerca del giovane videomaker, segno di una ricerca che non segue un percorso unidirezionale. Al parco S. Lorenzo (2005) un pallone da calcio rotola su un prato in modo ritmico e innaturale, rappresentando una sorta di danza. In The Elephant Man (2005), alcune sequenze della drammatica opera del 1980 di David Lynch sono montate su una colonna sonora creata selezionando solo le risate contenute nel film: una sintesi estrema, efficace ed antinarrativa del grottesco capolavoro cinematografico. Se un elemento comune può essere riconosciuto nelle opere di Koike, esso va dunque ricercato forse in questa visione folk, caricaturale, demenziale e freak di una realtà precipitata nella finzione, nella quale esso si trova immerso.

Alfredo Sigolo

>>>English>>>

Keep your eyes peeled to spot the trick! Koike deals in trickery, but he stands up to the slick and sophisticated special effects of cinema using a dirty technique, apparently crude and with an amateurish flavour.
In the age of the pervasiveness of the media, making things spectacular is a form of language. Therefore it is necessary to find a place for it on the everyday plain of the surreal.
This approach of weak video and low-cost production critically interprets the planetary phenomenon of amateur professionalism: using equipment which is portable and technologically advanced, an army of pro-am artists daily fill sites, blogs and hard discs with photo and films.
Stretching for dummies was born from the possibility to video-document unusual athletic performances using simple trick techniques from second-rate films.
I can do it. Well enough. The power of gravity and physical limitations do not present an obstacle in a daily life where the medium is the message (McLuhan).
Koike offers practical instructions on how to easily set up fake exhibitions, tall-stories to show off to your friends- indeed for dummies, for non-experts and non-athletes, for normal people, possibly awkward and rigid like mannequins.
Playing with the meta-linguistic drift, stretching returns to the meaning of the verb to stretch, lengthen, put in tension: with a post-production like style Koike re-constructs the set of the famous Portrait of the Painter’s Mother (1871), by the American James Abbott McNeill Whistler. Lover (after Mother) is a distorted version of the original with freakish and grotesque effects.

Alfredo Sigolo