Interview on Flash Art

“Anche un viaggio di mille leghe comincia con un passo.”
Proverbio giapponese

Per Kensuke Koike l’Italia è arrivata per esclusione, per destino, per fortuna. Dopo l’Accademia di Belle Arti e la specializzazione alla Facoltà di Design e Arti, IUAV di Venezia, ora vive nei pressi di Gorizia. Ci incontriamo per pranzo in una trattoria in Slovenia.

Alessandra Galletta:Non credo molti giapponesi lascerebbero Venezia, se avessero l’occasione di viverci.
Kensuke Koike: Confesso di non aver subìto il celebre effetto-fascino della città. Al posto dove devo vivere non chiedo di essere seducente ma funzionale, comodo, attraversabile… a Venezia invece devi riflettere bene su quanto pesa la tua spesa, perché probabilmente dovrai fare almeno 10 ponti e qualche piano per portarla a casa, altro che chili di pasta e detersivi.

AG: Ma tu hai avuto anche lo studio a Palazzo Carminati, gli ambìti Atelier della Fondazione Bevilacqua La Masa, e lì di gradini ce ne sono parecchi…
KK: Infatti, non dovrei dirlo ma ci sono andato pochissime volte. Lo studio ha un senso se lavori con materiali ingombranti, grandi tele, sculture. Invece se faccio un video, poi lo proietto grande quanto voglio, e non pesa nulla.

AG: Sei al risparmio delle energie?
KK:No ma non voglio  sprecarle, perché quando mi servono devo essere pronto. Non ho mai capito quelli che in autobus, o in vaporetto, stanno in piedi quando ci sono dei posti liberi…

AG: Parliamo di  “Impulse”, la serie di baci impossibili che hai presentato alla tua personale alla Jarach Gallery di Venezia “Searching for a Perfect”
KK: Il collage ti permette di unire Nicole Kidman e Julia Roberts oppure Russell Crowe e Arnold Schwarzenegger in baci appassionati… Il collage è la mia grande passione, si presta a milioni di possibilità, che infatti sto catalogando in uno schema matematico: partendo da un’immagine “A” si può tagliare, strappare, piegare, sporcare, bruciare…  il riassemblaggio può avvenire con colla, adesivo oppure si può intrecciare, cucire… È importante la tecnica che usi, determinante direi, al risultato finale di un’opera.

AG: È un collage anche “Sorry about your face”, una foto strappata e ricomposta. Con un intervento minimo, trasformi un bel  bambino in una creatura aliena con lunghe antenne luminose
KK: Infatti, si intitola così perché devo chiedere scusa per come l’ho ridotto! In realtà è anche questa un’esigenza tecnica, prima che estetica perché quell’immagine  era tra le stampe originali che mi fornisce un fotografo quando il cliente non passa a ritrarle, però l’accordo è che i ritratti non devono essere riconoscibili per rispetto, e per privacy. Spesso sono i limiti tecnici che determinano la realizzazione finale di un’opera, ma nessuno ne parla volentieri, è una specie di tabù.

AG: Fotografando invece lo stesso soggetto da diversi punti di vista, e riassemblando parti dell’ immagine fai apparire creature immaginarie, come nella serie “Aliens’ Lounge”. Oppure creature mostruose, come in “No One Knows”
KK: “No One Knows” è stato particolarmente complesso, perché il ‘mostro’ si autogenera grazie a un soggetto armato di pazienza, e alla fotografia analogica

AG: Le fiabe giapponesi sono stracolme di mostri, non è vero?
KK: Certo! Da bambino ne ero terrorizzato e voglio confessarti che solo da quando vivo in Europa mi sento molto più tranquillo

AG: Perché adesso sei cresciuto?
KK: No, perché fino a qui i mostri non possono arrivare, dal Giappone…

AG: Allora ti senti italiano?
KK: Non lo so, che cosa sono. Quando torno in Giappone mia mamma mi dice che ho perso “il senso comune giapponese”, come a dire che ho un’altra mentalità, ma io non so a chi appartengo.

AG: Un po’ come “Il Giraffante”, il protagonista del tuo libro illustrato per bambini, una favola sulla diversità
KK: Si, mi sto divertendo ad illustrare la storia che ho inventato del figlio di una giraffa e di un’elefante, chiaramente un po’ scoordinato fisicamente e difficile da collocare, nella dura legge della giungla, tutta divisa per specie, regole, categorie e funzioni di ciascuno

AG: Una storia triste, di isolamento ed emarginazione solo a causa delle differenze…
KK: No, una storia meravigliosa di come sia possibile sopravvivere a tutto, e proseguire oltre verso strade inesplorate.

AG: E come riesce a cavarsela, il “Giraffante”?
KK: Cambiando prospettiva. Coltivando la propria diversità come un bene prezioso, un regalo.


Flash Art Mazo 2012, p24