“TRASFORMAZIONI” by Guido Bartorelli

La ricerca di Kensuke Koike (Nagoya – Giappone, 1980) è totalmente focalizzata sull’immagine, un’immagine – va subito aggiunto – che è intesa non tanto come testimonianza di una cosa, di un evento, quanto come evento in sé. Per cogliere il senso dell’affermazione conviene far riferimento, in uno spericolato tentativo di sintesi, a certi caratteri propri della natura delle immagini.

Tra i vari segni elaborati dall’uomo l’immagine, che sia dipinto o fotografia, scultura o video, mantiene un che di misterioso. L’immagine parla di qualcosa, ma il modo in cui lo fa, in cui si riferisce alla realtà esterna, non è del tutto chiaro. Un testo verbale, ad esempio, si vale di un codice, ossia di una serie di convenzioni regolate in modo rigoroso e trasparente: dalla combinazione delle lettere alla costruzione della frase. In un’immagine, al contrario, non tutto è convenzione, la regola arriva solo fino a un certo punto dopodiché vige la “somiglianza”, una proprietà opaca, tutto sommato imprevedibile e non del tutto analizzabile. A ciò che non si riesce a decifrare si attribuisce sovente un’aura misteriosa, non di rado pervasa di magia.

Mi pare che la magia dell’immagine sia assolutamente centrale nell’arte di Koike, tanto più che egli si avvale di quella famiglia di immagini che sono in assoluto le più familiari ma anche le più misteriose: quelle prodotte dai dispositivi foto o video-grafici. L’immagine tecnologica, infatti, con tanta più forza è somigliante quanto meno è risolvibile in base a convenzione. Essa è l’impronta lasciata dalla cosa – dalla luce riflessa dalla cosa – anche in assenza del percipiente umano, come nel caso delle riprese di videosorveglianza. Sappiamo però che non sempre lo sguardo delle macchine funziona per raccogliere impronte. Spesso foto e video si danno piuttosto come realtà a sé, svincolate dalla realtà “là fuori”: simulacri, effetti speciali, configurazioni visive che non sono né mai sono state se non come immagini. Per essere i simulacri si valgono del potere di persuasione che foto e video si sono conquistati in quanto impronte – ma impronte evidentemente falsificabili. Ma la questione si è ormai complicata al punto che forse non è nemmeno più opportuno distinguere tra vero e falso, tra essere e apparire sulla base dell’esistenza fisica. Il reale è innervato da correnti di immaterialità che sono cariche a tutti gli effetti di ripercussioni “vere”, in grado cioè di condizionare pesantemente la materia, anzi di impastarsi con essa in un tutt’uno.

Le due serie in mostra, Impulse e Float, sono composte a partire da fotografie di attori, rispettivamente occidentali e giapponesi. Già di per sé il volto del divo ben rappresenta l’amalgama insolubile tra realtà e illusione: rimanda alla finzione, alla messa in posa, ma è anche pur sempre un’esistenza oggettiva. Sulla foto Koike lavora di taglia e incolla inseguendo ciò che egli ha definito, con felice espressione, il «collage perfetto»: un’artigianalità raffinata al punto da elevarsi a chirurgia. Il bisturi interviene sul corpo di carta con poche incisioni nette, le meno possibili. L’operazione sembra facile e invece richiede una disciplina che rasenta appunto la perfezione. Dopo il taglio è sufficiente un piccolo scambio, studiatissimo – lo switchover che intitola la mostra –, e il miracolo si compie. Si determina una trasformazione: due immagini diventano una, un’immagine diventa due, qualcosa si trasmuta in qualcos’altro. È significativo notare che per Koike lo spettacolo orientale si trasmuta nel fiore di loto, quello occidentale nel bacio appassionato. L’alchimia è per l’arte un’aspirazione antica, o se non altro un termine di paragone, e continua a esserlo anche per Koike, con un bel po’ di ironia.

V1A2A1V2 si basa su di un ulteriore switchover, una vera e propria commutazione di cavi che va ad alterare la trasmissione di due televisori, per cui il video dell’uno è associato all’audio dell’altro e viceversa. Ancora una volta l’intervento è acuto e minimale. A rettifica di quanto detto più su, è necessario puntualizzare che il video è non solo immagine ma anche audio. Andrebbe quindi stabilmente chiamato “audiovideo”, o meglio, se si preferisce valersi di un termine in uso, audiovisivo. Koike lo sa di certo, dato che in questo come in altri casi il collage – da intendersi a questo punto in senso lato come prototipo delle manipolazioni che implicano un montaggio – è giocato sulla relazione tra suono e immagine. Con l’accortezza dell’essenziale egli smonta il filmato e lo riduce a un ininterrotto svarione, dagli effetti comici.

In ogni lavoro, fotografico o audiovisivo, Koike stuzzica il grande flusso comunicazionale con un’agopuntura di tanti piccoli eventi; e così facendo dimostra che l’evento non è esterno al flusso ma è un suo borborigmo interno.

April 2014